Demos aderisce all’appello lanciato da USB Bologna

Aderiamo all’appello di USB Bologna per chiedere alla Fondazione Gramsci di non accettare progetti di “alternanza scuola-lavoro” nella sua sede.

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Il nostro collettivo universitario aderisce con forza e convinzione all’appello lanciato dal sindacato di base USB – Bologna per chiedere alla Fondazione Gramsci di non accettare alcun tipo di progetto di “alternanza scuola-lavoro” nella sua sede, ma di continuare le esperienze extra-curricolari che possano aiutare gli studenti e le studentesse a comprendere a fondo la persona, il pensiero e l’impegno militante di Antonio Gramsci, intellettuale comunista, morto nelle carceri fasciste per il suo pensiero.
I membri del nostro collettivo si sono in vari contesti sempre impegnati a difendere l’istruzione pubblica e a ribadire con forza il concetto per il quale l’alternanza scuola-lavoro è solo un progetto politico nelle mani delle logiche europeiste e di Confindustria, declinato nelle varie riforme scolastiche e spacciato come apprendimento. Riteniamo che sia invece solo un modo per sfruttare gratuitamente gli studenti, pure minorenni, togliendo loro tempo per lo studio e lo svago, per creare futuri operai poco specializzati e con alta probabilità di non trovare lavoro o di essere nelle condizioni di dover accettare contratti a tempo determinato, voucher o retribuzioni in nero, tutte espressioni che oggi sono riassumibili nella parola SFRUTTAMENTO.
Siamo certi che Antonio Gramsci non avrebbe mai accettato una riforma simile, e auspichiamo che la Fondazione Antonio Gramsci non tradisca gli ideali del loro padre politico.

Invitiamo tutti i singoli e le organizzazioni a inviare le proprie adesioni, che verranno inviate alla Fondazione e alla stampa, scrivendo una mail a bologna.scuola@usb.it

La cultura […] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri.” (da Socialismo e cultura, Il Grido del popolo, 29 gennaio 1916)

 

Collettivo Demos Alternativa Rossa – Università Statale di Milano

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Il parere politico di Demos riguardo lo sciopero dei docenti in Statale e nelle università italiane

Il collettivo Demos capisce e supporta le motivazioni dello sciopero dei professori universitari negli atenei italiani ma lamenta il fatto che sia uno sciopero di settore che non coinvolge gli studenti e i lavoratori dell’Università, anch’essi colpiti dai tagli all’istruzione pubblica.

Il 27 giugno 2017 oltre 5.000 professori e ricercatori universitari hanno indetto uno sciopero, consistente nell’astensione dallo svolgimento degli esami di profitto nelle Università italiane durante la sessione autunnale dell’anno accademico 2016-2017, nello specifico tra il 28 agosto e il 31 ottobre. La lettera di proclamazione è sottoscritta dai professori e dai ricercatori a titolo personale, ma l’azione è stata promossa dall’organizzazione “Movimento per la dignità della docenza universitaria”, facente capo a Carlo Vincenzo Ferrero, docente al Politecnico di Torino.
Perché è stato indetto questo sciopero?
Nella lettera di proclamazione sono indicate chiaramente le due finalità dello sciopero: ottenere un provvedimento che
a) sblocchi le classi e gli scatti stipendiali dei professori e dei ricercatori universitari a partire dall’1 gennaio 2015 (il blocco è fissato per il quinquennio 2011-2015);
b) riconosca ai fini giuridici il quadriennio 2011-2014, con i conseguenti effetti economici a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dall’1 gennaio 2015.
Nell’appello lanciato il primo giorno di sciopero si leggono inoltre altre rivendicazioni, tra cui: vedersi valutare con metodologie più corrette; essere liberati dall’eccesso di burocrazia e poter così dedicare altro tempo proficuo e prezioso alla didattica e alla ricerca, assai penalizzate nel nostro Paese; vedere ripristinato un clima di lavoro nel quale ci sia serenità e collaborazione fra i colleghi.

E sono proprio le motivazioni di questo sciopero a risultare maggiormente soggette a critiche, perché alquanto limitate e di categoria.
Se consideriamo la drammatica situazione nella quale versano l’università e la ricerca, così come l’istruzione pubblica in generale, soggette a continui tagli e aperture verso il finanziamento privato, non si può che condividere la preoccupazione per il decadimento di questo settore fondamentale.
Tuttavia, le rivendicazioni del Movimento sono limitate agli aspetti normativi ed economici del lavoro: una richiesta del tutto legittima, ma che – da sola – lascia trasparire una certa immaturità, assenza di analisi e presa di posizione in merito al tema dell’istruzione pubblica, irriducibile alla problematica degli stipendi e avente notevoli ripercussioni su tutto il sistema sociale ed economico del paese.
Sicuramente, il fatto che l’organizzazione promotrice non sia un sindacato tout-court, portatore di una visione politico-sindacale a vasto spettro, ma un “Movimento per la dignità della docenza universitaria” è sintomatico di un certo corporativismo. Nonostante diverse dichiarazioni di solidarietà e simpatia da parte di esponenti dei sindacati, nessuno di essi vi ha apertamente aderito.
Giova ricordare che la tematica del blocco degli stipendi riguarda tutto il settore del pubblico impiego e non solo i docenti e i ricercatori universitari. Allo stesso tempo però, questa categoria è una delle poche ad essere rimaste soggette alla disciplina pubblica, e cioè non contrattualizzate.
Anche la problematica della ricerca, che ben si collega alle rivendicazioni studentesche e al passaggio studio-lavoro, non è affrontata con l’approfondimento che richiederebbe.

Lo sciopero coinvolge un settore, quello della pubblica istruzione e ricerca, definito “essenziale” e perciò soggetto ad una normativa speciale – l’unica – in materia di sciopero (l. 12 luglio 1990, n. 146). Per il momento, la Commissione, che può sempre intervenire modificando le modalità dello sciopero, non ha rilevato irregolarità.
Questo sciopero, in concreto, consiste nello slittamento della data degli appelli della sessione autunnale o nella eliminazione della prima data (se ne sono previste più di una).
Il coinvolgimento degli studenti è assente, nonostante il blando invito del Movimento: non si ha notizia né di appelli alle organizzazioni studentesche o anche solo alle liste degli studenti nei vari atenei, né di azioni condivise con gli studenti. Non si stanno rilevando l’attenzione mediatica e il danno d’immagine sperati, proprio perché non si sono organizzati presidi, manifestazioni, assemblee pubbliche nelle quali i promotori avrebbero potuto interfacciarsi non solo con gli studenti, ma anche con gli altri lavoratori.
Purtroppo questo sciopero si sta concretizzando in un tam-tam di e-mail degli studenti a professori e segreterie, per avere informazioni circa la regolare tenuta degli appelli. Al netto di un’università pubblica già sufficientemente mal organizzata, il maggior danno lo stanno subendo gli studenti.

Informazioni sulla legittimità dello sciopero

Lo sciopero è legittimo solo se attuato nelle seguenti modalità:
– Ogni professore o ricercatore universitario in servizio ha diritto di scioperare, senza dover comunicare alcun preavviso né agli studenti né agli organi di Ateneo;
– L’astensione ha durata massima di 24 ore corrispondenti alla giornata fissata per il primo degli appelli che cadono nel periodo 28 agosto – 31 ottobre 2017. Qualora un docente sia titolare di più appelli di corsi diversi in date o anche solo orari differenti, può astenersi solo dal primo di essi in ordine temporale; se invece essi cadono nella stessa data e nello stesso orario, può astenersi da entrambi.
– Viene assicurata la tenuta di almeno un appello degli esami di profitto nel suddetto periodo: nelle università in cui è previsto un solo appello, i docenti scioperanti devono richiedere alle strutture competenti degli Atenei di fissare un appello straordinario dopo quattordici giorni dalla data dello sciopero; qualora sia già previsto un secondo appello, questo si terrà regolarmente, senza necessità di fissare un appello straordinario
– Un punto dolente, sul quale la Commissione ha richiesto chiarimenti, concerne la possibilità che l’astensione impedisca ai laureandi di concludere gli esami entro i termini fissati per accedere alla sessione di laurea autunnale: per il momento il problema non è stato risolto, ma si propone la fissazione di un appello straordinario riservato ai soli laureandi nei termini e/o lo slittamento dei termini.
– L’apertura delle iscrizioni, se di competenza del docente, è attività dovuta e perciò va garantita
– Vengono assicurate tutte le altre attività istituzionali nel suddetto periodo (in particolar modo lo sciopero non può riguardare le sessioni di laurea)
– Dopo l’astensione, il docente o ricercatore aderente allo sciopero effettua una comunicazione al MIUR, ai promotori dello sciopero e al Rettore.
– Il Movimento, inoltre, sollecita l’indizione, da parte dei docenti scioperanti, di assemblee con gli studenti e poi la comunicazione sull’esito delle stesse.

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Cosa ci attende nel nuovo anno scolastico e accademico?

Le ultime riforme del Ministero dell’Istruzione, in perfetto accordo con le richieste dell’Unione Europea e di Confindustria

[Questo articolo, scritto da un nostro compagno, è inizialmente stato pubblicato sul sito de La Città Futura, numero 144 del 16/09/2017]

Tra pochi giorni l’anno scolastico nelle scuole e l’anno accademico nelle università avrà nuovamente inizio. Tuttavia nell’arco della pausa estiva le riforme della Buona Scuola e della ministra Fedeli sono proseguite sotto la volontà del governo e di Confindustria per creare sempre più posti di lavoro (ultra precari e pagati a voucher s’intende) e sempre meno conoscenza e spirito critico negli studenti.

Facciamo quindi un breve riassunto delle notizie degli ultimi mesi estivi, partendo dalla riforma delle scuole elementari e medie [1], dove d’ora in avanti non si potrà più bocciare gli alunni per via del basso rendimento scolastico. La motivazione che viene espressa dal Ministero è quella per cui l’Italia è tra le nazioni europee con la maggiore dispersione scolastica: è sembrato ovvio e giusto quindi “eliminare” il problema chiudendo gli occhi e facendo passare all’anno successivo gli alunni anche senza le conoscenze adeguate, semplicemente spostando il problema di pochi anni più avanti. Questo perché o gli studenti concludono gli studi finito il ciclo delle scuole medie (con tassi di disoccupazione del 48,1% rispetto a chi continua gli studi [2]) oppure finendo con le scuole superiori il tasso di occupazione è nettamente inferiore a chi continua gli studi con l’università, circa del 33% in meno [3]. Ovviamente non tutti possono permettersi di iniziare gli studi universitari, e ancor meno studenti li finiscono: l’Italia è al penultimo posto per laureati, ma a quanto pare secondo le ultimissime affermazioni della Ministra dell’Istruzione [4] la colpa non è del governo e delle continue riforme che hanno alzato le tasse e i costi della vita universitaria, ma delle famiglie a basso reddito che non vogliono mandare i figli all’università: la colpa è dei poveri.

La seconda novità (più esattamente è un ampliamento di una pericolosa sperimentazione) è il nuovo decreto [5] firmato dalla Ministra per cui aumentano a 100 le scuole (licei e tecnici) che sperimenteranno la formula dell’istituto di quattro anni. Nella pratica, i professori e gli studenti dovranno essere in grado di sviluppare il percorso canonico di cinque anni in quattro, mantenendo gli stessi livelli degli studenti delle altre scuole. Per poter rendere questa sperimentazione almeno possibile (non c’è bisogno di mettere dei dati a riprova del fatto che anche negli istituti canonici di cinque anni di frequenza non si riesce mai a concludere il piano di studi di materia) l’alternanza scuola-lavoro verrà svolta dagli studenti unicamente nei periodi di vacanza invernale ed estiva, vanificando completamente la “vacanza”, intesa fino ad oggi come momento di rilassamento o di studio per recuperare. In questo modo per gli studenti sarà più facile abituarsi ai ritmi del lavoro retribuito, con poche ferie, straordinari non pagati e lavoro obbligato anche nelle domeniche e nei festivi.

Vediamo dunque da queste due principali novità legislative in ambito studentesco medio che la necessità di far concludere gli studi il prima possibile per poter immettere i ragazzi in un mondo del lavoro saturo e con contratti al limite della legalità è una prerogativa del Ministero e di Confindustria, a cui servono sempre meno menti pensanti e sempre più precariato, già inserito in una dinamica lavorativa di bassa specializzazione tramite l’odiata alternanza scuola-lavoro. Ricordiamo infatti nuovamente come Confindustria abbia richiesto [6] che i progetti di alternanza negli istituti professionali raggiungano almeno il 50% del tempo scolastico totale (riguardo questo argomento rimando a un mio scorso articolo specifico sul tema).

Inoltre due notizie specifiche della Regione Lombardia: la prima è la denuncia del sindacato di base USB, il quale attacca la Città Metropolitana di Milano per le risorse irrisorie stanziate per l’anno 2017/2018, soli 1000 euro a scuola per le spese di gestione ordinaria, quali la manutenzione, la sicurezza e il riscaldamento [7]. L’accusa di USB è quella per cui mediamente viene stanziato un euro per ogni alunno di Milano. La seconda notizia invece si inserisce nelle gigantesche spese – 23 milioni di euro – che la Regione Lombardia spenderà solo per i tablet da utilizzare per il voto elettronico (proposta portata avanti dal Movimento 5 Stelle), ma che rimarranno nelle scuole dopo il voto [8]. Un contentino assolutamente inutile (sicuramente meglio investire denaro nella messa in sicurezza delle scuole piuttosto che nei tablet) se si pensa alle gigantesche spese di propaganda che la Lega Nord e il presidente della Regione Lombardia Maroni affronterà per questo inutile e dannoso referendum (qui un appello per votare NO al Referendum).

Passiamo alle notizie sul fronte universitario. La più importante, che si sta sviluppando dall’inizio dell’estate ed esploderà durante la sessione autunnale, è il famoso e famigerato sciopero dei professori, specificatamente indetto dal Movimento per la dignità della docenza universitaria. Lo sciopero è stato indetto in tutta Italia per richiedere con forza lo sblocco degli scatti di anzianità che i professori non percepiscono dal 2011, e nei fatti i professori si asterranno dal primo appello di esame. Gli scioperi vengono dichiarati apposta per creare disagi, in questo caso però oltre al danno d’immagine dei vari atenei sparsi per l’Italia chi verrà maggiormente colpito saranno gli studenti, già da tempo vessati dalla riduzione degli appelli d’esame e l’aumento di possibilità di finire fuori corso, senza parlare degli studenti-lavoratori che saranno ancora più svantaggiati. La cosa che colpisce è il fatto che i professori non abbiano chiesto un aiuto o almeno una unione politica alle varie organizzazioni studentesche presenti nelle varie università, ma abbiano deciso per uno sciopero (all’inizio con modalità molto nebulose che ne facevano dubitare della possibile effettiva riuscita) indipendente. Questa cosa è sicuramente da contestare, perché se i docenti non vengono pagati quanto dovrebbero esserlo, i laboratori sono meno, le aule sono sempre piene, le rette universitarie aumentano, il mercato libraio è sempre più un cartello, i disagi non sono solo dei professori ma anche degli studentiSi sarebbe maggiormente auspicato una lotta unitaria per richiedere maggiori fondi per l’Università.

La seconda notizia è ancora una specifica dell’Università degli Studi di Milano (la Statale), cioè la vittoria degli studenti dopo che il TAR del Lazio ha accettato di rimuovere il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici della Statale, scavalcando la decisione presa dal Rettore Vago e da metà del Senato Accademico, con anche l’avvallo del sindaco di Milano Giuseppe Sala. Ovviamente la risposta del Rettore non si è fatta attendere e subito è stato richiesto il ricorsoavverso questa sentenza [9], bloccando tutto il meccanismo: circa 3.000 aspiranti matricole a Milano non sapevano se avrebbero potuto o meno iscriversi all’Università Statale, non avendo ancora sostenuto i test di ammissione. Ulteriore notizia che giunge durante la scrittura di questo articolo è che il Rettore ha deciso di ritirare il ricorso [10], rendendosi conto che i tempi tecnico-burocratici per una simile azione sarebbero stati troppo lunghi, e gli studenti non si sarebbero potuti iscrivere: oltre al danno d’immagine ci sarebbe stato un buco di milioni di euro per le mancate tasse. Tasse che ricordiamo essere recentemente di nuovo aumentate per gli studenti fuori corso e rimodulate in base al numero di CFU acquisiti [11], rendendo sempre più palese la volontà di competizione aizzata dalla dirigenza.

Il nuovo anno studentesco e accademico è pregno di lotte e si legherà con forza all’anno politico. Come diceva Mao Tse-tung: ” Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”.

Note

1.http://www.repubblica.it/scuola/2017/08/30/news/vietato_bocciare_per_legge_tutti_promossi_ad_elementari_e_medie-174201675/
2.http://www.istat.it/it/files/2016/09/I-percorsi-di-studio-e-lavoro-dei-diplomati-e-laureati.pdf?title=Percorsi+lavorativi+di+diplomati+e+laureati+-+29/set/2
3. http://www.roars.it/online/ma-quindi-laurearsi-non-aiuta-nel-lavoro-giusto-sbagliato/
4.https://video.repubblica.it/politica/cernobbio-ministra-fedeli-i-nostri-ragazzi-non-si-laureano-colpa-delle-famiglie-a-basso-reddito/283733/284344
5.http://www.lastampa.it/2017/08/07/cultura/scuola/scuola-liceo-in-anni-sperimentazione-in-classi-MyW3zh9ErUjHFPxMrP9c4K/pagina.html
6. http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2017-02-08/piu-alternanza-e-laboratori-istituti-professionali-di-domani-172622.php?uuid=AEN6f2Q&refresh_ce=1
7. https://www.facebook.com/usb.lombardia/posts/717644911773069
8.http://www.varesenews.it/2017/07/referendum-autonomia-i-tablet-per-votare-resteranno-alle-scuole/641254/
9. http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/numero-chiuso-statale-1.3373371
10.http://www.unimi.it/lastatalenews/aperte-immatricolazioni-corsi-laurea-triennale-area-umanistica
11.https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=1779570032060815&id=880843608600133

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Cosa sta succedendo all’Università Statale di Milano?

Le ultime novità alla Statale di Milano, tra numero chiuso, spostamento del polo scientifico nell’ex area Expo 2015 e privatizzazione dell”Università pubblica.

[Questo articolo, scritto da un nostro compagno, è inizialmente stato pubblicato sul sito de La Città Futura, numero 129 del 03/06/2017]

Le politiche governative ed europee di privatizzazione della scuola e dell’università pubblica stanno colpendo tutto il Paese negli ultimi anni, e particolarmente all’Università Statale di Milano nell’ultimo biennio assistiamo ad un’esemplificazione di queste scelte.

Nello specifico tre sono le azioni compiute dal Senato Accademico e dal Rettore che si inseriscono nel solco delle politiche di privatizzazione e aziendalizzazione: il tentativo di ridurre il numero di appelli di esame annuali nella facoltà di Scienze Politiche (che, fortunatamente, data la resistenza di studenti e professori, non è stato attuato), e successivamente la riduzione da dieci a sei appelli per Studi Umanistici, in vigore dal presente anno accademico.

Il secondo punto è la decisione, presa sempre dal Rettore, di trasferire il polo scientifico di Città Studi nell’ex area Expo 2015, a Rho, progetto che dovrebbe vedere la luce nel 2022.

La terza decisione presa dal panico Rettore Gianluca Vago è quella che, cronologicamente, è stata approvata per ultima: porre un numero chiuso di studenti per le facoltà di Studi Umanistici, mentre già dall’anno scorso si è riusciti a inserire il numero chiuso anche a Scienze Politiche. Queste tre imposizioni hanno registrato sempre il parere contrario della maggior parte degli studenti e dei loro rappresentanti, insieme a gruppi di professori e senatori che, unito a vive proteste e raccolte di firme da parte degli studenti, non sono servite a nulla: l’imposizione è venuta dall’alto, dal Rettore Vago, il quale non ha dato ascolto alle critiche, forte anche delle parole favorevoli spese dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. La riduzione degli appelli è stata presentata come una necessità assoluta: gli studenti iscritti a Studi Umanistici sono troppi, gli esami vengono disertati dalla maggior parte di loro, moltissimi sono gli studenti fuori corso e gli abbandoni degli studi; queste sono state le critiche mosse sia dal Rettore Vago che da Corrado Sinigaglia, attuale Presidente di Studi Umanistici.

Analizzando i dati [1] tratti dalla presentazione che si è tenuta nel mese di aprile da parte del Nucleo di Valutazione e si riferiscono alla scheda ANVUR 2015, pubblicata nel 2016, la realtà è ben diversa: se leggiamo i grafici del testo in nota notiamo come i corsi vengano frequentati dalla maggior parte degli studenti, con una percentuale di non frequentanti che va dal 20% al 28%, in ogni caso non più della metà dei corsi di laurea di Studi Umanistici è in media con gli altri corsi di ateneo.

Per la continuazione al secondo anno (quindi il non-abbandono) i corsi di Studi Umanistici hanno una percentuale mediamente più alta rispetto agli altri corsi di laurea della Statale. Sempre consultando i dati e i grafici, possiamo vedere come i corsi di laurea presi in esame siano tutti in linea o superiori alla media dei corsi di laurea complessivi, sia all’interno dell’Ateneo sia in linea con le altre università del Nord Italia.

L’analisi che si può quindi dedurre da questi dati e dalle false auto-accuse mosse dal Senato Accademico è quella per la quale la riduzione degli appelli annuali a Studi Umanistici sia solo una pratica per diminuire il numero potenziale di iscritti, obbligare gli studenti ad accelerare i tempi di studio (con conseguente minore possibilità di avere una preparazione adeguata per l’esame), e far sì che i docenti debbano dilatare molto i tempi di esaminazione con ogni studente, creando degli ovvi disagi e accavallamenti di altri esami, per non parlare degli studenti-lavoratori che sono e saranno più di tutti colpiti da questa riforma, avendo già loro meno tempo rispetto agli altri studenti per preparare gli esami e trovare le date per poterli sostenere.

Oltre a questa analisi molto pratica, si può anche ravvisare il fatto che gli studenti, non potendo dare gli esami nei tempi pensati pre-riforma, saranno obbligati a posticipare le lauree, dovendo quindi pagare le tasse universitarie per l’anno aggiuntivo che saranno obbligati a fare, aumentando le spese se vanno fuori corso.

È altresì da aggiungere il fattore ideologico di questa riforma: ossia il contesto di aziendalizzazione della scuola e dell’università pubblica italiana, che chiede ai suoi studenti un aumento del ritmo produttivo degli esami, per laurearsi nel più breve tempo possibile ed immettersi nel mercato del lavoro, diventando merce.

Continuando nel settore umanistico la scelta di pochi giorni fa di inserire il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici, il Rettore e il Senato hanno trovato un folto gruppo di studenti e professori contrari, tra cui tutti i senatori di Studi Umanistici, i quali si erano già espressi negativamente nei rispettivi collegi didattici e quasi tutte le liste studentesche (a sinistra o di area cattolico-ciellina), le quali in questi giorni hanno organizzato varie mobilitazioni per contrastare questa decisione.

Decisione infine passata con un solo voto favorevole in più (18 a favore contro 17 tra contrari e astenuti), e nello specifico con i voti favorevoli dei Senatori delle facoltà estranee a Studi Umanistici, con il voto del rappresentante dei ricercatori (i quali erano, invece, tutti contrari [2]), e con il voto telefonico di un senatore che si trova attualmente in Brasile. Quest’ultimo voto è da ritenersi non legittimo, per questo motivo ci si sta organizzando per impugnare questa violazione e invalidare la decisione.

Anche la decisione di porre il numero chiuso a Studi Umanistici è stata propagandata dal Rettore e dal Presidente di Studi Umanistici come una necessità, dato che gli studenti iscritti a questi corsi di laurea sono troppi (molti sono stati orientati a questa scelta anche per via del fatto che l’anno scorso è stato inserito il numero chiuso a Scienze Politiche, come già ricordato). Si vuole rendere l’Università Statale “un’eccellenza”, tagliando i posti in ingresso, perché a quanto pare è preferibile avere meno studenti laureati piuttosto che investire maggiormente in assunzioni di professori e finanziamenti ai ricercatori.

Dalle parole [3] del sindaco Sala, il quale presenta evidenti motivi d’intesa con il Rettore anche per l’affare Città Studi-Expo, si evince come sia una necessità quella di avere pochi laureati, dato che comunque i posti di lavoro per chi possiede una laurea umanistica sono sempre limitati, ancor più se si tratta di un corso di laurea triennale non professionalizzante, che necessita per forza di una seconda laurea magistrale per poter accedere con qualche possibilità nel mondo del lavoro. Inoltre leggendo i dati [3] degli studenti iscritti in questo anno accademico e confrontandoli con quelli massimi che potranno accedere ai corsi di laurea dall’anno accademico 2018/2019, vediamo come ci sia una riduzione media di quarantacinque studenti per corso – dunque sicuramente non una soluzione per i problemi avanzati dalla dirigenza Unimi.

Una decisione presa in maniera assolutamente antidemocratica e imposta, una situazione che crea ancora una volta un contesto di falsa meritocrazia in un’università che si dichiara “pubblica, libera, aperta”, ma che nei fatti si sta sempre più chiudendo e privatizzando.

In ultimo bisogna guardare a cosa ha portato in un solo anno il numero chiuso nella facoltà di Scienze Politiche: citando dall’analisi pubblicata a inizio maggio da Studenti Indipendenti, possiamo vedere come “[…] terminata la prima sessione di quest’anno, il 38% delle matricole non aveva ancora sostenuto alcun esame, dato ben lontano da alcune paradisiache visioni del numero programmato. Questo dato testimonia semmai che l’unica selezione adeguata degli studenti è quella che si svolge in itinere e che insiste sulla verifica delle conoscenze trasmesse dall’università stessa tramite i suoi insegnamenti. La verità è che l’uso dei test è indice della volontà squisitamente politica di limitare l’accesso a qualsiasi costo, non punta affatto all’innalzamento della qualità della didattica o della ricerca, ma semplicemente alla pura e semplice riduzione delle spese” [4]. L’ultima questione che in questi tempi sta interessando la Statale è la proposta di trasferire il polo scientifico di Città Studi, nel quartiere di Lambrate, già da anni sempre più abbandonato a sé stesso e nel pieno della deindustrializzazione (come quella che interessa gli operai della INNSE), nell’ex area Expo 2015, quasi del tutto inutilizzata dopo l’evento di Expo 2015, che ha avuto 2,2 miliardi di spese e 30,7 milioni di guadagno [5], rendendo ora più che mai necessario all’amministrazione di Milano trovare una soluzione per questo enorme flop economico, che ha ancora molti debiti da saldare.

In questa sede non c’è spazio per ribadire ancora e motivare il totale rifiuto nei confronti della macchina Expo 2015, che ha solo creato profitti per le multinazionali e per le mafie che si sono spartite gli appalti, e neppure per i 110 ettari di terreno in gran parte ad uso agricolo che sono stati cementificati per l’evento, ma sicuramente bisogna porsi contro questa decisione assolutamente scellerata. Prima di tutto basta fare una semplice analisi degli altissimi costi che l’Università dovrà affrontare per gestire un appalto del genere (ennesima dimostrazione che si preferisce spendere in questo modo le risorse piuttosto che puntare sull’assunzione dei professori), poi considerare i costi e i tempi degli spostamenti obbligati delle migliaia di studenti che dovranno spostarsi fino all’estrema periferia (con un costo del biglietto extraurbano più alto), e infine considerare lo svuotamento quasi completo del quartiere studentesco; per ora inoltre non si sa nemmeno quali saranno i progetti per l’area che verrà abbandonata. E’ sotto gli occhi di tutti un diretto attacco alla democrazia in Ateneo, che si palesa con le decisioni autoritarie del Rettore e una serie di politiche prettamente di carattere economico che si abbattono sugli studenti e sul loro studio libero. Ribadiamo con forza la necessità di schierarsi contro le politiche europee e di Confindustria di privatizzazione della Scuola e dell’Università pubblica italiana, per uno studio laico, pubblico e gratuito.

 

Riferimenti e Note:
http://www.dipafilo.unimi.it/extfiles/unimidire/405901/attachment/dossier-valutazione.pdf
https://dottorato.it/content/i-dottorandi-della-statale-contro-il-numero-chiuso
http://www.metronews.it/17/05/24/numero-chiuso-statale-sala-e-la-cgil-campo.html
https://www.facebook.com/notes/studenti-indipendenti-studi-umanistici/analisi-della-proposta-di-inserimento-del-numero-programmato-a-studi-umanistici/1368919599867324/
http://www.repubblica.it/economia/2016/05/12/news/expo_e_costata_2_2_miliardi_di_euro-139636070/

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Alternanza scuola-lavoro e studenti-operai negli istituti Tecnici e Professionali

Un’analisi dello sfruttamento degli studenti nei progetti di alternanza scuola-lavoro e di creazione di operai poco specializzati, sopratutto negli istituti tecnici e professionali.

[Questo articolo, scritto da un nostro compagno, è inizialmente stato pubblicato sul sito de La Città Futura, numero 118 del 18/03/2017]

Quest’anno scolastico (2016/2017) l’alternanza scuola-lavoro sta per raggiungere il suo apice, dal prossimo anno tutti gli studenti dell’ultimo triennio di licei, istituti tecnici e professionali saranno impiegati nei progetti di alternanza, e addirittura il nuovo governo Gentiloni-Fedeli propone di allargare l’alternanza pure agli studenti del secondo anno. Per citare il sito governativo del Ministero dell’Istruzione: “L’estensione delle attività di alternanza anche ai licei rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza ed altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme”.

Questo almeno è quello che il governo, prima Renzi-Giannini e ora Gentiloni-Fedeli, ci dice. La realtà è ben diversa: se da un lato le ore di alternanza scuola-lavoro sono doppie (400 ore) per gli istituti tecnici e professionali rispetto a quelle per i licei, e i fondi stanziati dal Decreto Ministeriale 435/2015 per tecnici e professionali sono 17 milioni mentre quelli per i licei sono 1,9 milioni di euro, i percorsi sono estremamente divisi. Questo articolo vuole porre l’accento sull’“esperienza pratica” negli istituiti tecnici e professionali, che si traduce troppo spesso in sfruttamento gratuito di manodopera operaia anche minorenne nelle catene di montaggio delle fabbriche.

Le notizie ci raccontano di una realtà di alternanza scuola-lavoro inutile e non producente: studenti e studentesse che passano ore a sistemare scartoffie, preparare caffè, pulire, oppure di scuole che letteralmente non sanno dove poter mandare i propri studenti, per mancanza di strutture che possano “ospitarli”. Per tentare di ovviare a questo problema è balzata alle cronache l’accordo tra il MIUR e la multinazionale McDonald’s, che dovrebbe assumere 10.000 studenti da tutti gli indirizzi di studio, per consentire loro di avere esperienze in vari campi, dalla ristorazione al rapporto con i clienti alla cura dei bambini. Il progetto, dopo essere stato presentato ed aver ricevuto valanghe di critiche da più parti, sembra essersi fermato, o comunque non ci sono novità a riguardo, ma si inserisce nel contesto delle grandi aziende, nazionali e multinazionali, pronte ad assumere migliaia di studenti avendo a disposizione numerosissimi posti per la manodopera gratuita (stiamo parlando dei cosiddetti campioni dell’alternanza tra cui spuntano Zara, Poste Italiane, McDonald’s, Eni, Intesa Sanpaolo etc.).

Perché queste aziende sono “campionesse”? Per il semplice motivo che hanno molti posti a disposizione, ma questo abbassa decisamente la qualità del lavoro, rendendo il tutto una prestazione di bassa specializzazione. Si starà pensando che è ovvio che degli studenti anche minorenni non possano accedere a lavori specializzati, e gli si risponde subito: allora a cosa serve l’alternanza scuola-lavoro, soprattutto in contesti di tecnici e professionali, dove la maggioranza degli studenti fa l’alternanza nelle fabbriche? Quello che si osserva è uno sfruttamento non retribuito di una posizione, di due mensilità e mezzo di lavoro a tempo pieno che vengono occupate da uno studente, per quanto per ora spalmate su un arco di tre anni.

Si nota facilmente la differenza sostanziale tra un sistema di alternanza per i figli della classe medio-alta borghese e un’alternanza per studenti e studentesse che nella maggior parte dei casi provengono da un’estrazione popolare. Sappiamo bene che è molto più facile che gli studenti diplomati nei licei continuino gli studi nelle università, mentre invece chi frequenta un tecnico o un professionale è più semplice che si appresti a cercare un lavoro, come è anche – ma non unicamente – il suo percorso di studi, composto da materie spendibili nell’ambito lavorativo. Ecco dunque a cosa serve questa ipertrofizzazione delle esperienze di alternanza in questi istituti: convogliare la futura classe operaia nelle fabbriche fin da quando è adolescente, dato che le aziende per avere più facilmente gli studenti promettono alle scuole che assumeranno con maggiore semplicità i ragazzi che hanno fatto l’alternanza nelle loro strutture.

Ovviamente questi novelli operai saranno persone già abituate a lavorare nel senso più pratico possibile senza nessun diritto (dato che ad oggi, dopo tre anni, ancora la “Carta dei diritti e doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro” non è stata emanata) e senza una paga, dunque sarà più facile abituarsi a contratti ultra precari, bassa specializzazione e inserimento in una catena di montaggio che rende l’operaio alienato. Questo discorso si inserisce nel più ampio dell’aziendalizzazione della Scuola pubblica italiana, progetto che Confindustria e i vari governi italiani stanno portando avanti dagli anni ’90.

Inoltre i dati parlano chiaro, consultando dati Istat elaborati dal Consorzio Interuniversitario Almalaurea dell’Università di Bologna, pubblicati nell’aprile 2015, relativi a laureati e non laureati e il loro inserimento nel mondo del lavoro: “Il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione, ovvero tra il 2007 e il 2014, è cresciuto di 8,2 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni), passando dal 9,5 al 17,7%, e di ben 16,9 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni), aumentando dal 13,1 al 30%. Ne deriva che, nel medesimo periodo, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 3,6 a 12,3 punti percentuali, a conferma delle migliori opportunità lavorative dei primi rispetto ai secondi”.

Superfluo quindi dire come Confindustria punti a produrre studenti-operai spendibili subito nel mercato del lavoro, non persone che abbiano il tempo e la possibilità di studiare e specializzarsi, a discapito però del loro futuro lavorativo nel medio-lungo periodo. In ogni caso sembra che questa tattica non funzioni, dato che la disoccupazione giovanile a gennaio 2017 è risalita al 40,1%.

A sostegno di questa tesi leggiamo le ultime notizie: pochi mesi fa Confindustria ha inviato in Parlamento le proprie osservazioni riguardo una riforma degli istituti professionali statali, chiedendo un aumento fino ad almeno il 50% dell’orario scolastico per i progetti di alternanza scuola-lavoro, e soprattutto incolpando il governo di dare troppo spazio alle competenze teoriche, all’istruzione, insomma all’apprendimento di materie non prettamente spendibili nel mercato del lavoro. “Di qui la proposta del governo di una sua riforma: ‘che purtroppo però è ancora molto timida’ – ha incalzato Confindustria. Il punto è che serve un’istruzione professionale di qualità che garantisca alle imprese un bacino di mestieri e professioni strategiche per l’economia manifatturiera e ai ragazzi competenze spendibili sul lavoro”. In quest’ottica il Dlgs all’esame delle Camere è piuttosto carente. Sul piano della didattica, per esempio, conferma un’impostazione per “assi culturali” che non professionalizza, penalizzando le competenze costruite sull’interdisciplinarietà”.

È da ritenersi inaccettabile che studenti, addirittura fino dai quindici anni, debbano lavorare in fabbrica, non essere retribuiti e passare metà del loro percorso scolastico a lavorare piuttosto che a sviluppare conoscenze critiche del mondo, cultura e formazione. Se il progetto di Confindustria, dei vari governi che si stanno avvicendando e dell’Unione Europea è quello di creare operai non specializzati a partire dall’adolescenza per poterli immettere in un mercato del lavoro che comunque non li accetta, se non con contratti precari, a tempo determinato, con i voucher o a cottimo, è necessaria una risposta chiara e unitaria, che rifiuti l’alternanza scuola-lavoro come strumento in mano alle borghesie europee e che delinei delle regolamentazioni per una Scuola pubblica, laica e gratuita.

Collettivo Demos Alternativa Rossa – Università Statale di Milano

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Demos insieme a Fronte Popolare Milano a sostegno dei lavoratori della mensa dell’Università Statale (Video)

Il video dell’azione di Demos e Fronte Popolare Milano a fianco dei lavoratori della mensa della Statale sfruttati e senza le giuste retribuzioni.

[Questo video è stato precedentemente pubblicato sulla pagina di Fronte Popolare]

Guarda il video: https://www.facebook.com/Demosalternativarossa/videos/1425154837560971/

Pochi giorni fa [NdA 12 luglio 2017] la mensa dell’Università degli Studi di Milano ha cambiato appalto e i lavoratori e le lavoratrici si sono trovati subito a dover cambiare datore di lavoro, con solo due giorni di preavviso. Nel frattempo, la vecchia gestione, cambiata dalla Statale, ha lasciato i lavoratori senza gli stipendi degli ultimi due mesi, senza quattordicesima e ferie pagate e senza sapere quando verranno retribuiti. La nuova ditta sta subito cercando di mettere i piedi in testa ai lavoratori e alle lavoratrici con casi di mobbing, minacce e continue ronde della dirigenza in mensa durante l’orario di lavoro.

Noi studenti dobbiamo porci con forza accanto a chi lavora da anni in mensa, contro le intimidazioni e per le giuste retribuzioni di lavoro, per avere un servizio mensa adeguato alle alte rette universitarie che paghiamo, libero da appalti privati, gestito da Università e studenti.

Collettivo Demos Alternativa Rossa – Università Statale di Milano

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Appello alle organizzazioni studentesche milanesi: lottiamo uniti per un’istruzione popolare e gratuita, completa e pubblica

L’appello dell’organizzazione politica Fronte Popolare per il rilancio di Demos – Alternativa Rossa.

[Questo appello è inizialmente apparso sul sito di Fronte Popolare, lo ripubblichiamo con piacere ringraziando i compagni e le compagne per lo spazio datoci]

Fronte Popolare fin dalla sua nascita ha posto al centro della sua azione la necessità di convergenze ampie e di un processo di sintesi tra tutti i comunisti per la ricostruzione del partito rivoluzionario, del partito che curi gli interessi della classe sfruttata. Per questo motivo si è sempre posta in maniera di essere una collettrice di organizzazioni politiche, sindacali, di singoli compagni e compagne, per la necessaria unione di tutte le forze rivoluzionarie presenti in questo Paese e all’estero. Gli ambiti di lotta che vedono Fronte Popolare attiva sul territorio di Milano, di Torino, di Lodi, di Roma sono tra i più vari, come deve essere l’obiettivo di un’organizzazione comunista: coprire tutti i terreni del sociale, per portare la sua visione, la sua forma organizzativa, che sia sempre dalla parte della classe sfruttata e contraria agli interessi della borghesia italiana e della castrante Unione Europea.
Tra tutti questi temi dei quali Fronte Popolare si interessa, sempre centrale è stato il tema della Scuola e dell’Università, con le parole d’ordine di volere un’istruzione pubblicalaica e gratuita.

Le nostre lotte

Scuola

Nei nostri quasi due anni di esistenza e di lotta abbiamo portato avanti queste rivendicazioni, opponendoci strenuamente alle politiche studentesche del primo governo Renzi e successivamente dell’attuale Gentiloni, lanciate sul binario della privatizzazione, dell’asservimento alle logiche del capitale europeista e delle incessanti richieste di subordinazione alla produzione di Confindustria, la quale vede gli studenti come futuri lavoratori da sfruttare. Ci siamo attivamente posti contro la logica malsana dell’“alternanza scuola-lavoro”, lavoro gratuito e spesso controproducente o pericoloso spacciato per “istruzione”, ma in realtà solo una volontà del governo e di Confindustria di dare spazio nelle scuole alle multinazionali, nella logica strisciante della privatizzazione della scuola e dell’università pubblica, o della costruzione di operai poco specializzati già all’età di quindici anni, pronti ad entrare nel mondo del lavoro precario e sottopagato. Siamo contrari alle nuove forme di controllo dello studente e del professore, con le nuove norme della “Buona Scuola” che aumentano i poteri dei presidi, dando loro maggiori possibilità di controllo sull’assunzione e sull’operato di professori, obbligandoli a tacere temi “scomodi”, come trattare di marxismo o di temi di politica odierna. Assolutamente contrari anche alle forme di repressione poliziesca che si abbattono sugli studenti con improvvise retate con cani antidroga, carabinieri e camionette all’interno degli istituti, utili non tanto a sequestrare infimi quantitativi di stupefacenti leggeri quanto a instillare il clima repressivo anche all’interno della scuola, il luogo di studio e crescita intellettuale della persona. Inoltre siamo contrari agli ossimorici finanziamenti pubblici alle scuole private, nella maggior parte dei casi in mano a organizzazioni della Chiesa Cattolica, che costituiscono un ambiente reazionario e classista, impedendo alle famiglie che non si possono permettere di pagare le alte rette per la frequenza scuole ben attrezzate e composte da insegnanti più motivati, obbligandoli a frequentare scuole pubbliche fatiscenti, con un basso organico di professori e ostacolando dunque gli studenti da una migliore esperienza scolastica ed educativa

Università

In ambito universitario siamo attivi nel fronte che contrasta la riduzione degli appelli d’esame e l’inserimento del numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici dell’Università Statale di Milano, ormai anch’esse divenute blindate e classiste, allo stesso modo riteniamo classista la scelta – in combutta con il Sindaco di Milano – di trasferire le sedi fisiche delle facoltà scientifiche nell’ex area Expo, per poter ancora speculare su un terreno che è stato oggetto di uno stupro naturale prima, e di corruzione e implicazioni mafiose durante lo svolgimento di Expo 2015. Nell’ambito degli altri infiniti problemi relativi all’Università Statale, siamo a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori della mensa, vessati da cambi di gestione e riassemblamento del personale: lottiamo per una mensa interna e non in mano ad appalti esterni, gestita e controllata da Università, lavoratori e studenti. Infine pretendiamo la riapertura di spazi condivisi per i gruppi e le associazioni studentesche, sanciti sulla carta dal regolamento firmato dal Rettore ma chiusi da più di un anno.

Appello

Per questi motivi ci appelliamo a tutte le organizzazioni partitiche e politico-studentesche che siano presenti sul territorio di Milano per l’unione sulle tematiche studentesche e universitarie, per la creazione di un fronte di lotta unitario nelle scuole e nelle università, che sia un fronte comune, indipendente e dunque inclusivo per tutti, singoli ed organizzazioni, che contrasti le ingerenze privatistiche, industriali, clericali ed europeiste, per far sì che l’istruzione non diventi un appannaggio di pochi eletti ma che sia popolare e gratuitacompleta e pubblica.