Firma per far diventare gruppo Démos!

Iniziata oggi la nostra campagna di raccolta firme per la creazione del gruppo Démos

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Abbiamo iniziato oggi la campagna di raccolta firme per far diventare il nostro Collettivo un gruppo ufficiale e riconosciuto dall’Università degli Studi di Milano, lanciando il nostro appello sotto le tematiche del rifiuto del numero chiuso, la volontà di un ripristino di un numero consono di appelli d’esame, la necessità di vedere nuovamente aperta l’Auletta A per i gruppi studenteschi e il progetto di costruzione di un mercato popolare di libri e appunti tra studenti.
Nei prossimi giorni ci troverete nei luoghi della Statale per volantinare e chiedervi una firma, operazione con gli anni divenuta molto più difficile date le restrizioni sempre più oppressive dettate dalla dirigenza Unimi: ora addirittura si può lasciare la propria firma per un solo gruppo ogni due anni, rendendo molto più difficile la creazione di gruppi nuovi, che è invece a scadenza annuale. In ogni caso non ci facciamo intimorire e continuiamo con il nostro lavoro, felici nel sapere che ogni studente e studentessa condivide le nostre posizioni di massima espresse nel volantino, e per questo firma.

Collettivo Demos Alternativa Rossa – Università Statale di Milano

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Il parere politico di Demos riguardo lo sciopero dei docenti in Statale e nelle università italiane

Il collettivo Demos capisce e supporta le motivazioni dello sciopero dei professori universitari negli atenei italiani ma lamenta il fatto che sia uno sciopero di settore che non coinvolge gli studenti e i lavoratori dell’Università, anch’essi colpiti dai tagli all’istruzione pubblica.

Il 27 giugno 2017 oltre 5.000 professori e ricercatori universitari hanno indetto uno sciopero, consistente nell’astensione dallo svolgimento degli esami di profitto nelle Università italiane durante la sessione autunnale dell’anno accademico 2016-2017, nello specifico tra il 28 agosto e il 31 ottobre. La lettera di proclamazione è sottoscritta dai professori e dai ricercatori a titolo personale, ma l’azione è stata promossa dall’organizzazione “Movimento per la dignità della docenza universitaria”, facente capo a Carlo Vincenzo Ferrero, docente al Politecnico di Torino.
Perché è stato indetto questo sciopero?
Nella lettera di proclamazione sono indicate chiaramente le due finalità dello sciopero: ottenere un provvedimento che
a) sblocchi le classi e gli scatti stipendiali dei professori e dei ricercatori universitari a partire dall’1 gennaio 2015 (il blocco è fissato per il quinquennio 2011-2015);
b) riconosca ai fini giuridici il quadriennio 2011-2014, con i conseguenti effetti economici a partire dallo sblocco delle classi e degli scatti dall’1 gennaio 2015.
Nell’appello lanciato il primo giorno di sciopero si leggono inoltre altre rivendicazioni, tra cui: vedersi valutare con metodologie più corrette; essere liberati dall’eccesso di burocrazia e poter così dedicare altro tempo proficuo e prezioso alla didattica e alla ricerca, assai penalizzate nel nostro Paese; vedere ripristinato un clima di lavoro nel quale ci sia serenità e collaborazione fra i colleghi.

E sono proprio le motivazioni di questo sciopero a risultare maggiormente soggette a critiche, perché alquanto limitate e di categoria.
Se consideriamo la drammatica situazione nella quale versano l’università e la ricerca, così come l’istruzione pubblica in generale, soggette a continui tagli e aperture verso il finanziamento privato, non si può che condividere la preoccupazione per il decadimento di questo settore fondamentale.
Tuttavia, le rivendicazioni del Movimento sono limitate agli aspetti normativi ed economici del lavoro: una richiesta del tutto legittima, ma che – da sola – lascia trasparire una certa immaturità, assenza di analisi e presa di posizione in merito al tema dell’istruzione pubblica, irriducibile alla problematica degli stipendi e avente notevoli ripercussioni su tutto il sistema sociale ed economico del paese.
Sicuramente, il fatto che l’organizzazione promotrice non sia un sindacato tout-court, portatore di una visione politico-sindacale a vasto spettro, ma un “Movimento per la dignità della docenza universitaria” è sintomatico di un certo corporativismo. Nonostante diverse dichiarazioni di solidarietà e simpatia da parte di esponenti dei sindacati, nessuno di essi vi ha apertamente aderito.
Giova ricordare che la tematica del blocco degli stipendi riguarda tutto il settore del pubblico impiego e non solo i docenti e i ricercatori universitari. Allo stesso tempo però, questa categoria è una delle poche ad essere rimaste soggette alla disciplina pubblica, e cioè non contrattualizzate.
Anche la problematica della ricerca, che ben si collega alle rivendicazioni studentesche e al passaggio studio-lavoro, non è affrontata con l’approfondimento che richiederebbe.

Lo sciopero coinvolge un settore, quello della pubblica istruzione e ricerca, definito “essenziale” e perciò soggetto ad una normativa speciale – l’unica – in materia di sciopero (l. 12 luglio 1990, n. 146). Per il momento, la Commissione, che può sempre intervenire modificando le modalità dello sciopero, non ha rilevato irregolarità.
Questo sciopero, in concreto, consiste nello slittamento della data degli appelli della sessione autunnale o nella eliminazione della prima data (se ne sono previste più di una).
Il coinvolgimento degli studenti è assente, nonostante il blando invito del Movimento: non si ha notizia né di appelli alle organizzazioni studentesche o anche solo alle liste degli studenti nei vari atenei, né di azioni condivise con gli studenti. Non si stanno rilevando l’attenzione mediatica e il danno d’immagine sperati, proprio perché non si sono organizzati presidi, manifestazioni, assemblee pubbliche nelle quali i promotori avrebbero potuto interfacciarsi non solo con gli studenti, ma anche con gli altri lavoratori.
Purtroppo questo sciopero si sta concretizzando in un tam-tam di e-mail degli studenti a professori e segreterie, per avere informazioni circa la regolare tenuta degli appelli. Al netto di un’università pubblica già sufficientemente mal organizzata, il maggior danno lo stanno subendo gli studenti.

Informazioni sulla legittimità dello sciopero

Lo sciopero è legittimo solo se attuato nelle seguenti modalità:
– Ogni professore o ricercatore universitario in servizio ha diritto di scioperare, senza dover comunicare alcun preavviso né agli studenti né agli organi di Ateneo;
– L’astensione ha durata massima di 24 ore corrispondenti alla giornata fissata per il primo degli appelli che cadono nel periodo 28 agosto – 31 ottobre 2017. Qualora un docente sia titolare di più appelli di corsi diversi in date o anche solo orari differenti, può astenersi solo dal primo di essi in ordine temporale; se invece essi cadono nella stessa data e nello stesso orario, può astenersi da entrambi.
– Viene assicurata la tenuta di almeno un appello degli esami di profitto nel suddetto periodo: nelle università in cui è previsto un solo appello, i docenti scioperanti devono richiedere alle strutture competenti degli Atenei di fissare un appello straordinario dopo quattordici giorni dalla data dello sciopero; qualora sia già previsto un secondo appello, questo si terrà regolarmente, senza necessità di fissare un appello straordinario
– Un punto dolente, sul quale la Commissione ha richiesto chiarimenti, concerne la possibilità che l’astensione impedisca ai laureandi di concludere gli esami entro i termini fissati per accedere alla sessione di laurea autunnale: per il momento il problema non è stato risolto, ma si propone la fissazione di un appello straordinario riservato ai soli laureandi nei termini e/o lo slittamento dei termini.
– L’apertura delle iscrizioni, se di competenza del docente, è attività dovuta e perciò va garantita
– Vengono assicurate tutte le altre attività istituzionali nel suddetto periodo (in particolar modo lo sciopero non può riguardare le sessioni di laurea)
– Dopo l’astensione, il docente o ricercatore aderente allo sciopero effettua una comunicazione al MIUR, ai promotori dello sciopero e al Rettore.
– Il Movimento, inoltre, sollecita l’indizione, da parte dei docenti scioperanti, di assemblee con gli studenti e poi la comunicazione sull’esito delle stesse.

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Cosa ci attende nel nuovo anno scolastico e accademico?

Le ultime riforme del Ministero dell’Istruzione, in perfetto accordo con le richieste dell’Unione Europea e di Confindustria

[Questo articolo, scritto da un nostro compagno, è inizialmente stato pubblicato sul sito de La Città Futura, numero 144 del 16/09/2017]

Tra pochi giorni l’anno scolastico nelle scuole e l’anno accademico nelle università avrà nuovamente inizio. Tuttavia nell’arco della pausa estiva le riforme della Buona Scuola e della ministra Fedeli sono proseguite sotto la volontà del governo e di Confindustria per creare sempre più posti di lavoro (ultra precari e pagati a voucher s’intende) e sempre meno conoscenza e spirito critico negli studenti.

Facciamo quindi un breve riassunto delle notizie degli ultimi mesi estivi, partendo dalla riforma delle scuole elementari e medie [1], dove d’ora in avanti non si potrà più bocciare gli alunni per via del basso rendimento scolastico. La motivazione che viene espressa dal Ministero è quella per cui l’Italia è tra le nazioni europee con la maggiore dispersione scolastica: è sembrato ovvio e giusto quindi “eliminare” il problema chiudendo gli occhi e facendo passare all’anno successivo gli alunni anche senza le conoscenze adeguate, semplicemente spostando il problema di pochi anni più avanti. Questo perché o gli studenti concludono gli studi finito il ciclo delle scuole medie (con tassi di disoccupazione del 48,1% rispetto a chi continua gli studi [2]) oppure finendo con le scuole superiori il tasso di occupazione è nettamente inferiore a chi continua gli studi con l’università, circa del 33% in meno [3]. Ovviamente non tutti possono permettersi di iniziare gli studi universitari, e ancor meno studenti li finiscono: l’Italia è al penultimo posto per laureati, ma a quanto pare secondo le ultimissime affermazioni della Ministra dell’Istruzione [4] la colpa non è del governo e delle continue riforme che hanno alzato le tasse e i costi della vita universitaria, ma delle famiglie a basso reddito che non vogliono mandare i figli all’università: la colpa è dei poveri.

La seconda novità (più esattamente è un ampliamento di una pericolosa sperimentazione) è il nuovo decreto [5] firmato dalla Ministra per cui aumentano a 100 le scuole (licei e tecnici) che sperimenteranno la formula dell’istituto di quattro anni. Nella pratica, i professori e gli studenti dovranno essere in grado di sviluppare il percorso canonico di cinque anni in quattro, mantenendo gli stessi livelli degli studenti delle altre scuole. Per poter rendere questa sperimentazione almeno possibile (non c’è bisogno di mettere dei dati a riprova del fatto che anche negli istituti canonici di cinque anni di frequenza non si riesce mai a concludere il piano di studi di materia) l’alternanza scuola-lavoro verrà svolta dagli studenti unicamente nei periodi di vacanza invernale ed estiva, vanificando completamente la “vacanza”, intesa fino ad oggi come momento di rilassamento o di studio per recuperare. In questo modo per gli studenti sarà più facile abituarsi ai ritmi del lavoro retribuito, con poche ferie, straordinari non pagati e lavoro obbligato anche nelle domeniche e nei festivi.

Vediamo dunque da queste due principali novità legislative in ambito studentesco medio che la necessità di far concludere gli studi il prima possibile per poter immettere i ragazzi in un mondo del lavoro saturo e con contratti al limite della legalità è una prerogativa del Ministero e di Confindustria, a cui servono sempre meno menti pensanti e sempre più precariato, già inserito in una dinamica lavorativa di bassa specializzazione tramite l’odiata alternanza scuola-lavoro. Ricordiamo infatti nuovamente come Confindustria abbia richiesto [6] che i progetti di alternanza negli istituti professionali raggiungano almeno il 50% del tempo scolastico totale (riguardo questo argomento rimando a un mio scorso articolo specifico sul tema).

Inoltre due notizie specifiche della Regione Lombardia: la prima è la denuncia del sindacato di base USB, il quale attacca la Città Metropolitana di Milano per le risorse irrisorie stanziate per l’anno 2017/2018, soli 1000 euro a scuola per le spese di gestione ordinaria, quali la manutenzione, la sicurezza e il riscaldamento [7]. L’accusa di USB è quella per cui mediamente viene stanziato un euro per ogni alunno di Milano. La seconda notizia invece si inserisce nelle gigantesche spese – 23 milioni di euro – che la Regione Lombardia spenderà solo per i tablet da utilizzare per il voto elettronico (proposta portata avanti dal Movimento 5 Stelle), ma che rimarranno nelle scuole dopo il voto [8]. Un contentino assolutamente inutile (sicuramente meglio investire denaro nella messa in sicurezza delle scuole piuttosto che nei tablet) se si pensa alle gigantesche spese di propaganda che la Lega Nord e il presidente della Regione Lombardia Maroni affronterà per questo inutile e dannoso referendum (qui un appello per votare NO al Referendum).

Passiamo alle notizie sul fronte universitario. La più importante, che si sta sviluppando dall’inizio dell’estate ed esploderà durante la sessione autunnale, è il famoso e famigerato sciopero dei professori, specificatamente indetto dal Movimento per la dignità della docenza universitaria. Lo sciopero è stato indetto in tutta Italia per richiedere con forza lo sblocco degli scatti di anzianità che i professori non percepiscono dal 2011, e nei fatti i professori si asterranno dal primo appello di esame. Gli scioperi vengono dichiarati apposta per creare disagi, in questo caso però oltre al danno d’immagine dei vari atenei sparsi per l’Italia chi verrà maggiormente colpito saranno gli studenti, già da tempo vessati dalla riduzione degli appelli d’esame e l’aumento di possibilità di finire fuori corso, senza parlare degli studenti-lavoratori che saranno ancora più svantaggiati. La cosa che colpisce è il fatto che i professori non abbiano chiesto un aiuto o almeno una unione politica alle varie organizzazioni studentesche presenti nelle varie università, ma abbiano deciso per uno sciopero (all’inizio con modalità molto nebulose che ne facevano dubitare della possibile effettiva riuscita) indipendente. Questa cosa è sicuramente da contestare, perché se i docenti non vengono pagati quanto dovrebbero esserlo, i laboratori sono meno, le aule sono sempre piene, le rette universitarie aumentano, il mercato libraio è sempre più un cartello, i disagi non sono solo dei professori ma anche degli studentiSi sarebbe maggiormente auspicato una lotta unitaria per richiedere maggiori fondi per l’Università.

La seconda notizia è ancora una specifica dell’Università degli Studi di Milano (la Statale), cioè la vittoria degli studenti dopo che il TAR del Lazio ha accettato di rimuovere il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici della Statale, scavalcando la decisione presa dal Rettore Vago e da metà del Senato Accademico, con anche l’avvallo del sindaco di Milano Giuseppe Sala. Ovviamente la risposta del Rettore non si è fatta attendere e subito è stato richiesto il ricorsoavverso questa sentenza [9], bloccando tutto il meccanismo: circa 3.000 aspiranti matricole a Milano non sapevano se avrebbero potuto o meno iscriversi all’Università Statale, non avendo ancora sostenuto i test di ammissione. Ulteriore notizia che giunge durante la scrittura di questo articolo è che il Rettore ha deciso di ritirare il ricorso [10], rendendosi conto che i tempi tecnico-burocratici per una simile azione sarebbero stati troppo lunghi, e gli studenti non si sarebbero potuti iscrivere: oltre al danno d’immagine ci sarebbe stato un buco di milioni di euro per le mancate tasse. Tasse che ricordiamo essere recentemente di nuovo aumentate per gli studenti fuori corso e rimodulate in base al numero di CFU acquisiti [11], rendendo sempre più palese la volontà di competizione aizzata dalla dirigenza.

Il nuovo anno studentesco e accademico è pregno di lotte e si legherà con forza all’anno politico. Come diceva Mao Tse-tung: ” Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”.

Note

1.http://www.repubblica.it/scuola/2017/08/30/news/vietato_bocciare_per_legge_tutti_promossi_ad_elementari_e_medie-174201675/
2.http://www.istat.it/it/files/2016/09/I-percorsi-di-studio-e-lavoro-dei-diplomati-e-laureati.pdf?title=Percorsi+lavorativi+di+diplomati+e+laureati+-+29/set/2
3. http://www.roars.it/online/ma-quindi-laurearsi-non-aiuta-nel-lavoro-giusto-sbagliato/
4.https://video.repubblica.it/politica/cernobbio-ministra-fedeli-i-nostri-ragazzi-non-si-laureano-colpa-delle-famiglie-a-basso-reddito/283733/284344
5.http://www.lastampa.it/2017/08/07/cultura/scuola/scuola-liceo-in-anni-sperimentazione-in-classi-MyW3zh9ErUjHFPxMrP9c4K/pagina.html
6. http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2017-02-08/piu-alternanza-e-laboratori-istituti-professionali-di-domani-172622.php?uuid=AEN6f2Q&refresh_ce=1
7. https://www.facebook.com/usb.lombardia/posts/717644911773069
8.http://www.varesenews.it/2017/07/referendum-autonomia-i-tablet-per-votare-resteranno-alle-scuole/641254/
9. http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/numero-chiuso-statale-1.3373371
10.http://www.unimi.it/lastatalenews/aperte-immatricolazioni-corsi-laurea-triennale-area-umanistica
11.https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=1779570032060815&id=880843608600133

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Cosa sta succedendo all’Università Statale di Milano?

Le ultime novità alla Statale di Milano, tra numero chiuso, spostamento del polo scientifico nell’ex area Expo 2015 e privatizzazione dell”Università pubblica.

[Questo articolo, scritto da un nostro compagno, è inizialmente stato pubblicato sul sito de La Città Futura, numero 129 del 03/06/2017]

Le politiche governative ed europee di privatizzazione della scuola e dell’università pubblica stanno colpendo tutto il Paese negli ultimi anni, e particolarmente all’Università Statale di Milano nell’ultimo biennio assistiamo ad un’esemplificazione di queste scelte.

Nello specifico tre sono le azioni compiute dal Senato Accademico e dal Rettore che si inseriscono nel solco delle politiche di privatizzazione e aziendalizzazione: il tentativo di ridurre il numero di appelli di esame annuali nella facoltà di Scienze Politiche (che, fortunatamente, data la resistenza di studenti e professori, non è stato attuato), e successivamente la riduzione da dieci a sei appelli per Studi Umanistici, in vigore dal presente anno accademico.

Il secondo punto è la decisione, presa sempre dal Rettore, di trasferire il polo scientifico di Città Studi nell’ex area Expo 2015, a Rho, progetto che dovrebbe vedere la luce nel 2022.

La terza decisione presa dal panico Rettore Gianluca Vago è quella che, cronologicamente, è stata approvata per ultima: porre un numero chiuso di studenti per le facoltà di Studi Umanistici, mentre già dall’anno scorso si è riusciti a inserire il numero chiuso anche a Scienze Politiche. Queste tre imposizioni hanno registrato sempre il parere contrario della maggior parte degli studenti e dei loro rappresentanti, insieme a gruppi di professori e senatori che, unito a vive proteste e raccolte di firme da parte degli studenti, non sono servite a nulla: l’imposizione è venuta dall’alto, dal Rettore Vago, il quale non ha dato ascolto alle critiche, forte anche delle parole favorevoli spese dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. La riduzione degli appelli è stata presentata come una necessità assoluta: gli studenti iscritti a Studi Umanistici sono troppi, gli esami vengono disertati dalla maggior parte di loro, moltissimi sono gli studenti fuori corso e gli abbandoni degli studi; queste sono state le critiche mosse sia dal Rettore Vago che da Corrado Sinigaglia, attuale Presidente di Studi Umanistici.

Analizzando i dati [1] tratti dalla presentazione che si è tenuta nel mese di aprile da parte del Nucleo di Valutazione e si riferiscono alla scheda ANVUR 2015, pubblicata nel 2016, la realtà è ben diversa: se leggiamo i grafici del testo in nota notiamo come i corsi vengano frequentati dalla maggior parte degli studenti, con una percentuale di non frequentanti che va dal 20% al 28%, in ogni caso non più della metà dei corsi di laurea di Studi Umanistici è in media con gli altri corsi di ateneo.

Per la continuazione al secondo anno (quindi il non-abbandono) i corsi di Studi Umanistici hanno una percentuale mediamente più alta rispetto agli altri corsi di laurea della Statale. Sempre consultando i dati e i grafici, possiamo vedere come i corsi di laurea presi in esame siano tutti in linea o superiori alla media dei corsi di laurea complessivi, sia all’interno dell’Ateneo sia in linea con le altre università del Nord Italia.

L’analisi che si può quindi dedurre da questi dati e dalle false auto-accuse mosse dal Senato Accademico è quella per la quale la riduzione degli appelli annuali a Studi Umanistici sia solo una pratica per diminuire il numero potenziale di iscritti, obbligare gli studenti ad accelerare i tempi di studio (con conseguente minore possibilità di avere una preparazione adeguata per l’esame), e far sì che i docenti debbano dilatare molto i tempi di esaminazione con ogni studente, creando degli ovvi disagi e accavallamenti di altri esami, per non parlare degli studenti-lavoratori che sono e saranno più di tutti colpiti da questa riforma, avendo già loro meno tempo rispetto agli altri studenti per preparare gli esami e trovare le date per poterli sostenere.

Oltre a questa analisi molto pratica, si può anche ravvisare il fatto che gli studenti, non potendo dare gli esami nei tempi pensati pre-riforma, saranno obbligati a posticipare le lauree, dovendo quindi pagare le tasse universitarie per l’anno aggiuntivo che saranno obbligati a fare, aumentando le spese se vanno fuori corso.

È altresì da aggiungere il fattore ideologico di questa riforma: ossia il contesto di aziendalizzazione della scuola e dell’università pubblica italiana, che chiede ai suoi studenti un aumento del ritmo produttivo degli esami, per laurearsi nel più breve tempo possibile ed immettersi nel mercato del lavoro, diventando merce.

Continuando nel settore umanistico la scelta di pochi giorni fa di inserire il numero chiuso nelle facoltà di Studi Umanistici, il Rettore e il Senato hanno trovato un folto gruppo di studenti e professori contrari, tra cui tutti i senatori di Studi Umanistici, i quali si erano già espressi negativamente nei rispettivi collegi didattici e quasi tutte le liste studentesche (a sinistra o di area cattolico-ciellina), le quali in questi giorni hanno organizzato varie mobilitazioni per contrastare questa decisione.

Decisione infine passata con un solo voto favorevole in più (18 a favore contro 17 tra contrari e astenuti), e nello specifico con i voti favorevoli dei Senatori delle facoltà estranee a Studi Umanistici, con il voto del rappresentante dei ricercatori (i quali erano, invece, tutti contrari [2]), e con il voto telefonico di un senatore che si trova attualmente in Brasile. Quest’ultimo voto è da ritenersi non legittimo, per questo motivo ci si sta organizzando per impugnare questa violazione e invalidare la decisione.

Anche la decisione di porre il numero chiuso a Studi Umanistici è stata propagandata dal Rettore e dal Presidente di Studi Umanistici come una necessità, dato che gli studenti iscritti a questi corsi di laurea sono troppi (molti sono stati orientati a questa scelta anche per via del fatto che l’anno scorso è stato inserito il numero chiuso a Scienze Politiche, come già ricordato). Si vuole rendere l’Università Statale “un’eccellenza”, tagliando i posti in ingresso, perché a quanto pare è preferibile avere meno studenti laureati piuttosto che investire maggiormente in assunzioni di professori e finanziamenti ai ricercatori.

Dalle parole [3] del sindaco Sala, il quale presenta evidenti motivi d’intesa con il Rettore anche per l’affare Città Studi-Expo, si evince come sia una necessità quella di avere pochi laureati, dato che comunque i posti di lavoro per chi possiede una laurea umanistica sono sempre limitati, ancor più se si tratta di un corso di laurea triennale non professionalizzante, che necessita per forza di una seconda laurea magistrale per poter accedere con qualche possibilità nel mondo del lavoro. Inoltre leggendo i dati [3] degli studenti iscritti in questo anno accademico e confrontandoli con quelli massimi che potranno accedere ai corsi di laurea dall’anno accademico 2018/2019, vediamo come ci sia una riduzione media di quarantacinque studenti per corso – dunque sicuramente non una soluzione per i problemi avanzati dalla dirigenza Unimi.

Una decisione presa in maniera assolutamente antidemocratica e imposta, una situazione che crea ancora una volta un contesto di falsa meritocrazia in un’università che si dichiara “pubblica, libera, aperta”, ma che nei fatti si sta sempre più chiudendo e privatizzando.

In ultimo bisogna guardare a cosa ha portato in un solo anno il numero chiuso nella facoltà di Scienze Politiche: citando dall’analisi pubblicata a inizio maggio da Studenti Indipendenti, possiamo vedere come “[…] terminata la prima sessione di quest’anno, il 38% delle matricole non aveva ancora sostenuto alcun esame, dato ben lontano da alcune paradisiache visioni del numero programmato. Questo dato testimonia semmai che l’unica selezione adeguata degli studenti è quella che si svolge in itinere e che insiste sulla verifica delle conoscenze trasmesse dall’università stessa tramite i suoi insegnamenti. La verità è che l’uso dei test è indice della volontà squisitamente politica di limitare l’accesso a qualsiasi costo, non punta affatto all’innalzamento della qualità della didattica o della ricerca, ma semplicemente alla pura e semplice riduzione delle spese” [4]. L’ultima questione che in questi tempi sta interessando la Statale è la proposta di trasferire il polo scientifico di Città Studi, nel quartiere di Lambrate, già da anni sempre più abbandonato a sé stesso e nel pieno della deindustrializzazione (come quella che interessa gli operai della INNSE), nell’ex area Expo 2015, quasi del tutto inutilizzata dopo l’evento di Expo 2015, che ha avuto 2,2 miliardi di spese e 30,7 milioni di guadagno [5], rendendo ora più che mai necessario all’amministrazione di Milano trovare una soluzione per questo enorme flop economico, che ha ancora molti debiti da saldare.

In questa sede non c’è spazio per ribadire ancora e motivare il totale rifiuto nei confronti della macchina Expo 2015, che ha solo creato profitti per le multinazionali e per le mafie che si sono spartite gli appalti, e neppure per i 110 ettari di terreno in gran parte ad uso agricolo che sono stati cementificati per l’evento, ma sicuramente bisogna porsi contro questa decisione assolutamente scellerata. Prima di tutto basta fare una semplice analisi degli altissimi costi che l’Università dovrà affrontare per gestire un appalto del genere (ennesima dimostrazione che si preferisce spendere in questo modo le risorse piuttosto che puntare sull’assunzione dei professori), poi considerare i costi e i tempi degli spostamenti obbligati delle migliaia di studenti che dovranno spostarsi fino all’estrema periferia (con un costo del biglietto extraurbano più alto), e infine considerare lo svuotamento quasi completo del quartiere studentesco; per ora inoltre non si sa nemmeno quali saranno i progetti per l’area che verrà abbandonata. E’ sotto gli occhi di tutti un diretto attacco alla democrazia in Ateneo, che si palesa con le decisioni autoritarie del Rettore e una serie di politiche prettamente di carattere economico che si abbattono sugli studenti e sul loro studio libero. Ribadiamo con forza la necessità di schierarsi contro le politiche europee e di Confindustria di privatizzazione della Scuola e dell’Università pubblica italiana, per uno studio laico, pubblico e gratuito.

 

Riferimenti e Note:
http://www.dipafilo.unimi.it/extfiles/unimidire/405901/attachment/dossier-valutazione.pdf
https://dottorato.it/content/i-dottorandi-della-statale-contro-il-numero-chiuso
http://www.metronews.it/17/05/24/numero-chiuso-statale-sala-e-la-cgil-campo.html
https://www.facebook.com/notes/studenti-indipendenti-studi-umanistici/analisi-della-proposta-di-inserimento-del-numero-programmato-a-studi-umanistici/1368919599867324/
http://www.repubblica.it/economia/2016/05/12/news/expo_e_costata_2_2_miliardi_di_euro-139636070/

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